images/veneto/Volteggio/medium/Davide_Zanella_OK.jpg
Volteggio

DAVIDE ZANELLA: IO, IL VOLTEGGIO E LA COPPA DEL MONDO

di Umberto Martuscelli

Davide Zanella ha 25 anni: ne compirà 26 il prossimo 2 aprile. È giovane, dunque: ma nel parlare di quello che fa, di come lo fa, con chi lo fa… ebbene, dimostra una complessità e una profondità di ragionamento ben più mature della sua età. Questo per l’atleta padovano – e per tutto lo sport equestre italiano – è un momento meraviglioso: insieme a Rebecca Greggio ha vinto la finale della Coppa del Mondo di volteggio nel Pas de Deux domenica scorsa (14 gennaio) a Basilea, insieme al cavallo italiano Orlando Tancredi alla longia di Claudia Petersohn e seguito anche da Emanuele Righetto.

Come ci si sente ‘dopo’?
«Molto difficile da dire… Sono emozioni talmente forti per cui è difficile trovare le parole. Stiamo ancora cercando di realizzare quello che è successo ma non ci stiamo riuscendo… !».

Vincere una Coppa del Mondo è comunque esaltante!
«Questa è una di quelle gare che segnano un prima e un dopo nella carriera di un atleta. È il sogno che sia Rebecca sia io abbiamo coltivato fin da quando eravamo praticamente bambini: dopo aver dedicato così tanto tempo e impegno e fatica all’idea di raggiungere questo traguardo è difficile realizzare nel giro di solo pochi giorni che effettivamente il traguardo è stato raggiunto!».

Avete fatto delle analisi di carattere tecnico sulla vostra prestazione, a gara conclusa? C’è stato qualcosa che siete convinti di aver fatto molto bene, e magari qualcosa che avreste potuto fare addirittura meglio?
«In totale onestà sì. Nel senso che nessuna delle nostre due prove è stata perfetta, parlo ovviamente dal punto di vista tecnico. In particolare la prima è stata quella eseguita meno bene perché Orlando era un po’ nervoso, ha sentito un po’ il peso dell’arena: lungi da me fargliene una colpa, è normalissimo che sia così… anzi, tutto considerato è stato fin troppo bravo calcolando che dopo il giro di prova quella era la sua prima entrata nell’arena con tutto il pubblico presente. Quindi noi da sopra l’abbiamo sentito un po’ teso e meno concentrato sul lavoro, più attento a quello che succedeva all’esterno e meno a quello che dovevamo fare noi con lui. Quando gli esercizi sono così complicati e l’equilibrio così precario è un attimo sentire queste cose… Per questa ragione la pulizia e la precisione del nostro esercizio ne hanno risentito, e così abbiamo portato a termine una prova non perfetta dal punto di vista tecnico. Ben riuscita, certo, visto che l’abbiamo comunque conclusa al primo posto della classifica, ma con tante sbavature, tante incertezze».

Poi la seconda affrontata domenica?
«Molto più pulita, molto più riuscita: infatti abbiamo preso un punteggio ben più alto. Orlando era rilassato e tranquillo, quindi più concentrato sul suo lavoro, così noi siamo riusciti a fare una prestazione non perfetta ma certamente molto buona».

Però, appunto, primo posto in entrambe le prove… !
«Eh sì… Comunque mi sento di dire che è stata quella che è andata meno bene la prova in cui noi abbiamo mostrato veramente il nostro valore, cioè la prima. Perché è facile riuscire nell’esercizio su cui si è lavorato per un anno intero quando tutte le condizioni sono ideali e favorevoli, ma è molto più difficile farlo senza cadere o comunque senza commettere errori gravi quando le condizioni non sono ottimali».

Rebecca Greggio ha detto che tra voi c’è un’intesa totale e assoluta…
«Certo, assolutamente. Abbiamo la stessa visione delle cose, dello sport, della vita, condividiamo gli stessi obiettivi, siamo in perfetta sintonia, abbiamo tantissime cose che ci accomunano. Ma soprattutto, ed è una cosa essenziale per far funzionare quello che facciamo, condividiamo al cento per cento la metodologia di lavoro. E non è una cosa di poco conto. E poi siamo entrambi molto perfezionisti e questo ci porta a lavorare insieme con grande profitto».

Quindi il rapporto umano esalta la qualità della prestazione tecnica e agonistica?
«Nel volteggio ci sono tre tipi di esercizio: quello individuale, quello di squadra e il Pas de Deux. Nell’individuale si è da soli e quindi il rapporto è con sé stessi. In squadra si è in sei: si può andare d’accordo più con uno e meno con un altro… Nel Pas de Deux si è in due: se non si lavora bene insieme la cosa non funziona. Non può funzionare. Un istruttore non può dire ok, ho questi due ragazzi bravi, mettiamoli insieme così tutto andrà per il meglio… No, il presupposto di partenza è che quei due ragazzi abbiano voglia di lavorare insieme e che condividano gli stessi obiettivi».

Rebecca ha anche detto di essere consapevole di non correre alcun pericolo perché lei, Davide, pur di salvarla metterebbe a rischio sé stesso…
«Io sento di avere una grande responsabilità. Sono io che porto lei e dunque devo essere pronto a gestire un possibile imprevisto: lei è in aria e quindi non può far niente, sono io che devo fare eventualmente qualcosa per salvare la situazione. Se dovesse verificarsi una caduta io devo pensare a mettere Rebecca in salvo. Ma si tratterebbe di una reazione istintiva, automatica, direi innata: a fronte del rischio di una caduta non c’è tempo di pensare, ma solo di agire. Credo sia questa la ragione per cui Rebecca si fida di me: perché sa che io penso prima di tutto a lei, poi a me stesso. Ma non mi pesa assolutamente questa responsabilità: anzi, mi fa enormemente piacere. Del resto capisco molto bene Rebecca, siamo uguali da questo punto di vista: anche io farei molta fatica a mettermi nelle mani di una persona della quale non avessi piena e cieca fiducia».

A Basilea avete vinto la Coppa del Mondo con un Pas de Deux che avete intitolato Gucci ispirandovi al film “House of Gucci”. Ora ne state preparando uno nuovo, giusto?
«Sì, e sarà molto più complesso di Gucci. È una vera e propria sfida molto complicata… Quando abbiamo pensato al nuovo esercizio ci siamo detti ok, Gucci è andato benissimo, è piaciuto un sacco, comunque presenta molte difficoltà, ci sono incastri molto studiati e articolati… bene, come facciamo a fare meglio di così? Questa è la sfida che abbiamo lanciato a noi stessi… Sulla carta è relativamente facile aggiungere nuove difficoltà di carattere tecnico, che comunque poi devono essere affrontate nella pratica: quello che è molto più difficile è trovare un altro tema e un’altra musica che possano piacere come minimo tanto quanto quelli precedenti, ma che costituiscano un’idea nuova, innovativa e originale. Tenendo poi conto del fatto che sulla coppia che ha vinto la finale della Coppa del Mondo l’attenzione è tanta, da chiunque quella coppia sia composta ovviamente: quindi bisogna essere all’altezza delle aspettative».

E state riuscendo a dar vita a un nuovo esercizio secondo questi criteri?
«Fortunatamente siamo riusciti a trovare una musica che ci piace tantissimo: abbiamo studiato una serie di soluzioni ancora più difficili di quelle proposte in Gucci… Non è facile: sulla carta ci stiamo riuscendo, ora dobbiamo essere capaci di mettere in pratica tutto».

Qual è lo schema di lavoro con cui realizzate una cosa così bella?
«C’è chi preferisce partire dalla musica e poi costruirci sopra la coreografia, c’è chi ha delle figure in repertorio e poi ogni volta le mescola in modo diverso con una musica diversa… dipende. Nel nostro caso noi teniamo tantissimo alla coreografia, la riteniamo elemento essenziale, fondamentale: ai nostri livelli bene o male quasi tutti i migliori eseguono molto bene la coreografia, quindi ci si gioca tutto sulla qualità di quella stessa coreografia. Noi contro i tedeschi a Basilea abbiamo vinto non perché siamo stati migliori nell’esecuzione dell’esercizio, ma perché la nostra era una coreografia meglio pensata, meglio articolata, meglio studiata. Migliore, insomma».

Quindi è necessario molto tempo per mettere a punto tutto…
«Non è un lavoro che si decide in qualche giorno e poi ci si allena tutto l’anno, no: è un continuo cambiare, sistemare, aggiornare… La versione di Gucci presentata a Basilea, per esempio, abbiamo impiegato un anno intero a definirla completamente: quella che abbiamo utilizzato a Herning nel Campionato del Mondo del 2022, quando abbiamo vinto la medaglia di bronzo, non era la stessa di Basilea… A Herning era più semplice, e poi c’erano dei passaggi che non ci soddisfacevano ma che non avevamo fatto in tempo a sistemare al meglio».

Si può dire che il vostro sia un processo di creatività?
«Esatto, è proprio così. Come nel caso di una scultura: prima si definisce la forma grezza e poi si continua a modellare andando sempre più nel dettaglio».

Ma come si svolge una vostra settimana di lavoro normalmente?
«Dipende molto dal periodo dell’anno. Adesso per esempio per l’esercizio nuovo stiamo dedicando molto tempo alle riflessioni sulla coreografia più che alle ripetizioni e agli esercizi di tecnica. Siamo ancora nella fase di creazione: è un continuo botta e risposta, nel senso che pensiamo una cosa, ci riflettiamo sopra, ne parliamo, poi andiamo a cavallo, la proviamo, vediamo se funziona, la modifichiamo… Quando avremo definito l’esercizio con sicurezza e certezza inizieranno le ripetizioni a non finire perché l’esecuzione deve essere perfetta, il nostro corpo si deve muovere senza necessità di pensiero, deve sviluppare una memoria muscolare».

Ecco, a proposito di questo: sarà indispensabile una eccellente preparazione atletica, no?
«Sì, certo. Piuttosto che andare in palestra per fare pesi ed esercizi che potrebbero farci sviluppare una muscolatura inutile al nostro scopo, e che anzi potrebbe magari solo appesantirci e irrigidirci, noi preferiamo ripetere allo sfinimento gli esercizi. Il nostro esercizio dura due minuti con figure molto impegnative a livello muscolare, e lo ripetiamo tre, quattro, cinque, sei, sette volte senza interruzione… sviluppiamo fiato e muscolatura così, lavorando tecnicamente sull’esercizio. Poi in avvicinamento alla competizione alleggeriamo un pochino il carico in modo da arrivare riposati al momento decisivo».

Poi c’è anche il lavoro per le gare individuali… Riuscite a dedicarvi anche a quello?
«L’individuale lo facciamo sia io sia Rebecca. Non saremmo onesti se dicessimo che è secondario: a entrambi l’individuale piace e interessa, ci teniamo. D’altro canto è assolutamente vero che il Pas de Deux è per noi prioritario: ci diverte di più, ci piace di più lavorare insieme, ed è anche forse la cosa che ci riesce meglio e che in questo momento ci sta dando più soddisfazioni. Adesso che siamo tornati dalla Coppa del Mondo in vista della quale ci siamo dedicati di più al Pas de Deux dobbiamo riprendere il lavoro anche sul programma individuale. Quelli che seguiranno da adesso in poi saranno quindi mesi molto impegnativi!».


Nella foto: Davide Zanella (ph. Martin Dokoupil/FEI)